Fin dall’antichità classica, molti medici, naturalisti, filosofi si erano posti alcuni pro- blemi relativi alla trasmissione ereditaria dei caratteri. Aristotele aveva osservato la reciproca indipendenza di alcuni caratteri, nelle unioni tra persone di razze diverse, mentre Ippocrate aveva perfino formulato una teoria della trasmissione ereditaria, che fu più volte ripresa in considerazione in tempi successivi, fino al XIX secolo.

Nel Settecento il problema dell’eredità interessa parecchi studiosi: il matematico e filosofo francese, nonché studioso newtoniano, Pierre-Louis Moreau de Maupertuis (1698-1759), in seguito ad osservazioni sulla trasmissione dei caratteri nell’uomo e nei cani, giunge ad ammettere l’esistenza di particelle materiali che stanno alla base dei fenomeni ereditari (Vénus phisique, 1745). Maupertuis scriveva che il caso aveva creato un numero enorme di individui, ma che solo pochi avevano potuto sopravvi- vere e divenire le specie che abitavano la terra. Nella sua visione, maschio e femmina contribuiscono in misura uguale alla determinazione dei tratti della generazione successiva. Maupertuis,

anticipava così di più di un secolo alcune delle idee centrali del pensiero di Gregor Mendel: lo stesso contributo dei genitori nella produzione dei figli, la natura casuale delle combinazioni e la trasmissione di specifiche caratteristiche da una generazione all’altra. Pochi anni più tardi, un altro nobiluomo francese, Georges- Louis Leclerc de Buffon (1707-1788), pubblicò un libro altrettanto presciente (Hi- stoire naturelle, 1749), questa volta anticipatore delle idee di Charles Darwin. Buffon scriveva che una forma ancestrale di un particolare organismo poteva divergere in un certo numero di specie e che la migrazione nelle diverse parti del mondo poteva essere la causa di tale divergenza, poiché l’ambiente è in grado di agire direttamente sulle caratteristiche dell’organismo. Mentre Maupertuis pensava che le forze d’attrazione newtoniane potessero congiungere la corretta porzione del “seme fluido” dei parentali, imponendo così la struttura dell’embrione, Buffon credeva nella “generazione spon- tanea” ritenendo perciò che l’organizzazione embrionale potesse venire rintracciata in un modello interno o sagoma.

Nello stesso periodo molti furono gli studiosi che eseguirono esperimenti di incrocio nelle piante allo scopo di condurre valutazioni a carico dei caratteri nelle discendenze. Tuttavia, l’indagine sulla eredità e sulla variabilità divenne un’esigenza imprescindibile soltanto in seguito alla formulazione delle prime teorie evoluzioni- stiche, che richiamarono l’attenzione dei biologi sulle differenze, piuttosto che sulle similitudini fra gli organismi.

Jean-Baptiste Monet de La- marck (1744-1829). (In copertina)

Una prima concezione evoluzionistica fu elaborata dal naturalista francese Jean- Baptiste Monet de Lamarck (1744-1829) sulla base del “principio dell’eredità dei caratteri acquisiti” per azione dell’ambiente . Lamarck sosteneva che gli organismi a diversi livelli di complessità fossero sorti in diversi momenti del tempo e continuassero a crearsi per generazione spontanea di forme di vita molto semplici: più in alto sulla scala si trovava un organismo, più tempo era passato dalla comparsa del suo antenato e più tempo aveva avuto a disposizione per evolversi. Secondo la scuola di pensiero conosciuta come lamarckismo, le nuove caratteristiche sono provocate dalla costante influenza esercitata dall’ambiente sulla struttura degli individui e vengono ereditate poiché i cambiamenti possono essere acquisiti in modo permanente. Pertanto, impiegando una espressione di Lamarck: il bisogno crea l’organo, l’uso continuo lo perfeziona, mentre il mancato uso l’atrofizza. Le discussioni che la sua pubblicazione Philosophie zoologique (1809) sollevò furono fortemente contrastate fino ad essere completamente represse dalla grande autorità di un altro naturalista francese, Georges Cuvier (1769-1832), che si dichiarò nettamente antievoluzionista.

Fu senza dubbio merito delle teorie evoluzionistiche di aver portato in primo piano il problema dell’eredità e della variabilità, aprendo così la via alla sua indagine metodica. Le teorie dell’evoluzione, infatti, concentrarono l’attenzione non solo sulle somiglianze ma anche sulle differenze tra genitori e figli. Era cioè importante stabilire se e quanto i figli potessero somigliare ai genitori e soprattutto se le differenze rispetto ai genitori potessero sommarsi di generazione in generazione in modo da dar luogo ad una graduale trasformazione della specie.

…alla prossima settimana!


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