Una prima concezione evoluzionistica fu elaborata dal naturalista francese Jean- Baptiste Monet de Lamarck (1744-1829) sulla base del “principio dell’eredità dei caratteri acquisiti” per azione dell’ambiente. Lamarck sosteneva che gli organismi a diversi livelli di complessità fossero sorti in diversi momenti del tempo e continuassero a crearsi per generazione spontanea di forme di vita molto semplici: più in alto sulla scala si trovava un organismo, più tempo era passato dalla comparsa del suo antenato e più tempo aveva avuto a disposizione per evolversi. Secondo la scuola di pensiero conosciuta come lamarckismo, le nuove caratteristiche sono provocate dalla costante influenza esercitata dall’ambiente sulla struttura degli individui e vengono ereditate poiché i cambiamenti possono essere acquisiti in modo permanente. Pertanto, impiegando una espressione di Lamarck: il bisogno crea l’organo, l’uso continuo lo perfeziona, mentre il mancato uso l’atrofizza. Le discussioni che la sua pubblicazione Philosophie zoologique (1809) sollevò furono fortemente contrastate fino ad essere completamente represse dalla grande autorità di un altro naturalista francese, Georges Cuvier (1769-1832), che si dichiarò nettamente antievoluzionista.

Fu senza dubbio merito delle teorie evoluzionistiche di aver portato in primo piano il problema dell’eredità e della variabilità, aprendo così la via alla sua indagine metodica. Le teorie dell’evoluzione, infatti, concentrarono l’attenzione non solo sulle somiglianze ma anche sulle differenze tra genitori e figli. Era cioè importante stabilire se e quanto i figli potessero somigliare ai genitori e soprattutto se le differenze rispetto ai genitori potessero sommarsi di generazione in generazione in modo da dar luogo ad una graduale trasformazione della specie.

Cinquant’anni dopo, Charles Darwin (1809-1882), naturalista inglese, basan- dosi su osservazioni e studi condotti nell’arco di quasi trent’anni a partire dal 1831, elaborò la “teoria della discendenza con modificazione attraverso la variazione e la selezione naturale” per spiegare l’evoluzione degli organismi viventi. Tale teoria, descritta nell’opera On the origin of the species by means of natural se- lection [L’origine della specie per mezzo della selezione naturale], del 1859, si basa sulla selezione naturale, cioè sulla concezione della sopravvivenza, nel corso della lotta per l’esistenza, degli individui più adatti e della eliminazione di quelli meno adatti. Ne consegue che l’individuo meglio dotato trasmette ai suoi discendenti le proprie caratteristiche, determinando nel tempo un miglioramento delle specie.

Darwin partì dalla considerazione che quasi tutti gli essere viventi hanno la capacità di originare una discendenza eccessivamente numerosa, dando vita a più figli di quanti in realtà ne possano sopravvivere. Un principio guida coinvolto nel determinare quali sarebbero sopravvissuti e quali sarebbero morti poteva essere l’adattamento. Darwin sapeva, infatti, che in ogni specie per un determinato carattere esisteva in natura una forte variazione casuale, anche se non era in grado di spiegarne il motivo. L’ulteriore passo logico fu considerare la selezione naturale come il meccanismo che discriminava e separava le modificazioni favorevoli, che tendono ad essere conservate, da quelle non favorevoli, che tendono invece ad essere eliminate.


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